Donald Trump fa i conti con le crisi che ha creato – Alessio Marchionna

È stata l’estate della grande autocritica della sinistra statunitense, partita dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortez sugli eccessi della stagione “woke”. Sembra ormai abbastanza condivisa l’idea che negli ultimi anni una parte della sinistra si sia allontanata dal paese reale, scambiando per maggioritarie discussioni che coinvolgevano una minoranza molto politicizzata e concentrandosi su battaglie incomprensibili o impopolari per gli elettori.
È un dibattito che per certi versi arriva tardi. Già dopo la sconfitta del 2024 le priorità della sinistra erano cambiate, e nel discorso pubblico identità e ideologia erano state sostituite da altre parole d’ordine: classe, salari, costo della vita.
E paradossalmente i ruoli sembrano essersi almeno in parte ribaltati: oggi è la destra a insistere su identità e a fare battaglie ideologiche, mentre la sinistra prova a parlare soprattutto di lavoratori e condizioni materiali. È possibile che ora sia la destra a perdere il contatto con il paese reale?
Sembrerebbe di sì, a giudicare dagli sproloqui di Trump sui social, che danno l’impressione di uno che sfreccia a fari spenti nella notte. Mentre in molti stati cresce l’opposizione ai data center necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, qualche giorno fa il presidente ha scritto su Truth Social che le comunità che protestano vogliono diventare “arretrate e povere”, minimizzando i timori dei residenti riguardo alle bollette, all’acqua, al rumore, al consumo di territorio e agli effetti dell’ia sul lavoro.



